Alla luce delle nuove direttive che richiedono l’adozione di una didattica orientativa, ritiene funzionale il suo approccio?

È certamente funzionale, lo studente protagonista si autopromuove: assumiamo qui una nozione un po’ olistica di orientamento in quanto una persona non si orienta solo se fa l’esperimento di tot campi del sapere e decide che un certo campo del sapere gli piace; uno si orienta se sa chi è, ma non sa chi è finché non si mette alla prova anche solo quando alza la mano, interloquisce, o davanti a un errore prova a trovare nuove strade. L’orientamento richiede un protagonismo dello studente in quello che fa, un esserci in prima persona. Questa è la cosa più difficile perché sappiamo tutti come gli studenti vivano scuola come un non-luogo, come qualcosa che non c’entra niente con la loro vita. Perciò trovare una modalità didattica in cui uno abbia piacere di fare una propria proposta e di sentire che aveva ragione, questo è orientativo nel senso olistico del termine. Naturalmente non vuol dire che farà il grammatico di professione, ma che davanti a un impegno, una sfida, una domanda eccetera ci si mette, e questo mettercisi è la chiave – mi permetto di dire – di qualunque orientamento.