Secondo la sua esperienza con questo tipo di approccio gli studenti sono più coinvolti?

Ci sono molte esperienze che davanti al sapere tradizionale lo studente debole si tira indietro perché lo riconosce come non alla sua portata; invece, sa che cosa fare davanti a una domanda semplice come “che cosa ci mettiamo nell’ovale? Quali parole metti insieme? Come rappresenteresti questa frase?”, come in una discussione tra pari. È un modo di rapportarsi fra ragazzi più che con il moloch del sapere consolidato, quindi succede che anche ragazzi che tante volte stanno indietro si mettono alla prova e molte volte ci azzeccano. È un metodo per cui si mettono in moto e tutto sommato trovano delle risposte almeno ragionevoli, in cui magari è sbagliata la premessa e quindi è sbagliato anche il risultato, però il ragionamento invece è giusto e quindi il professore può valorizzarlo e semmai correggere la premessa sbagliata. È un metodo più coinvolgente perché richiede di guardare i dati e cercare di interpretarli. Questo, tra l’altro, è abbastanza educativo di per sé: la scuola è un luogo dove provi a dire quello che vedi tu. Sicuramente come prof. bisogna un po’ sentirsela di fare scuola in questo modo perché chiaramente il nostro ‘potere’ dalla cattedra non viene più esercitato: affidarsi alla discussione fra studenti chiaramente richiede un certo dinamismo, però è anche molto divertente, perché poi ragazzi dicono delle cose meravigliose lasciati liberi di esprimersi; tante volte arrivano a certe soluzioni che hanno colpito anche me.