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La relativa compare nel manuale molto prima dei pronomi relativi: quando si parla dei gruppi inclusi e poi dei modificatori del nome: come fare?

Certo, è presentata come un modificatore del nome (specie se è restrittiva), vedendone la posizione nella frase come “incluse” in un gruppo nominale complesso, prima ancora di parlare dei pronomi relativi. Con i modificatori si entra in un’altra ottica che è sia sintattica (posizione rispetto al nome) sia semantica (funzione di restrizione del significato), fondamentale per i processi di comprensione.

Del resto la relativa si usa continuamente, e come modificatore del nome è facilmente comprensibile (specialmente se ci limitiamo al pronome relativo che).

Stiamo analizzando il predicato verbale “a un posto” ecc. Ammesso che sia una parte su cui soffermarsi con i ragazzi, vorremmo chiedere cosa si intende per “a un posto”.

Lo scopo non è quello di classificare i verbi (come fa la grammatica valenziale che categorizza i monovalenti, i bivalenti ecc.) ma piuttosto di rendersi conto di come funziona una frase minima: non basta parlare del soggetto e del predicato, ma nella predicazione ci deve essere tutto quello che serve al verbo, se no semplicemente non è una frase.

Il gatto dorme è una frase (minima), mentre la zia abita non lo è: cioè non tutti i complementi sono “espansioni” come si insegna alla scuola primaria. Il “posto” quindi è lasciato vuoto dal verbo, che per il suo significato deve riempirlo con un gruppo nominale per creare una frase minima.

Nell’Unità 2 della seconda parte si osservano i “posti vuoti” nella predicazione invece che tutti gli argomenti nella frase: come mai?

Il termine “argomento” comprende anche il soggetto, che però ha una posizione molto diversa dagli altri gruppi nominali, perché dà il numero al verbo, e non può essere considerato come un argomento al pari degli altri, anche se fa parte della struttura argomentale della frase (il verbo lo richiede quasi sempre).

Quindi parliamo di struttura argomentale per dire questa proprietà del verbo di mettere in scena un soggetto e altri “attori”, ma manteniamo l’idea che la frase è una struttura soggetto-predicazione. Per questo parlando della predicazione osserviamo i gruppi retti dal verbo, escludendo il soggetto, altrimenti il soggetto non può essere definito nelle sue reali caratteristiche.

I “posti vuoti” del verbo devono essere riempiti sempre? Gli argomenti sono “obbligatori”, “necessari”? In molte frasi un elemento si deduce dal contesto

Infatti, gli argomenti del verbo non sono sempre obbligatori: il complemento oggetto con certi verbi transitivi può essere saltato, il soggetto in italiano può essere sottinteso, il complemento d’agente di un verbo passivo può essere taciuto, e questo anche in frasi regolari.

In altri casi l’elemento manca perché siamo in presenza di un enunciato e non di una “frase grammaticale”, e viene desunto da contesto comunicativo (così avviene normalmente negli scambi comunicativi come il dialogo).

Perché soffermarsi con i ragazzi sui “posti vuoti” del verbo? A me sembra che si stesse benissimo anche prima quando non se ne parlava…

La questione dei posti vuoti (e quindi della struttura argomentale della frase) sarà importante per chiarire poi almeno due cose.

La prima: i pronomi, parole “vuote” e poco “visibili” che si comprendono vedendo che cosa richiede il verbo, per es. gliel’ho detto richiede qualcuno a cui dire (glie-) e qualcosa da dire (-l’): data la struttura argomentale della frase, i bambini anche piccoli non si spaventano davanti ai pronomi.

La seconda le dipendenti, che possono avere una principale non indipendente quando la dipendente è “completiva” cioè è un argomento del verbo (mi conferma che verrà) oppure una principale indipendente se la dipendente è circostanziale (es. poiché sono in ritardo prendo la macchina …).

I ragazzi confondono quando il verbo non è completo perché manca un argomento, e quando non è completo perché manca la parte nominale. Cioè considerano allo stesso modo La zia abita… e La zia sembra… Come si può spiegare la differenza?

Il verbo copulativo non lascia immaginare una “scena”, mentre il verbo predicativo sì anche quando è incompleto.

Se dico “abita” comunque mi posso raffigurare mentalmente l’evento, ho un’immagine mentale a cui l’associo, anche se non si capisce chi vi partecipa (chi e dove), mentre se dico “sembra” non posso nemmeno raffigurarmi mentalmente un evento.

Questo perché un verbo predicativo come abita “predica” (dice qualcosa) mentre il verbo copulativo sembra non predica, e infatti predica la parte nominale. Questo criterio aiuta moltissimo a capire la differenza fra predicazione verbale e nominale.

Come mai avete introdotto il termine “doppia predicazione”? negli altri libri non c’è.

Come tutto quello che ho proposto di “anomalo”, il problema nasce quando gli studenti palesemente fanno fatica su un argomento e non lo capiscono.

Quello dei complementi predicativi è uno di questi: anche dopo anni di grammatica ancora non l’hanno capito. Oltretutto continuare a chiamarli “complementi predicativi” è fallace (non dà un criterio certo), perché effettivamente non esprimono una relazione logica tipo la causa o il fine ecc.

Invece, una volta capito il concetto di predicazione come “dire del soggetto”, e capito che la predicazione nominale è quando a predicare è un nome o un aggettivo, risulta chiaro che in ascolta attenta abbiamo entrambe le tipologie; ascolta è predicativo (ho un’immagine mentale dell’ascoltare), attenta dice del soggetto e torna sul soggetto (infatti concorda).

La parafrasi come altre volte è la prova del nove: mentre ascolta (v. predicativo) è attenta (parte nominale che predica). Lo stesso coi verbi elettivi appellativi ecc.: è stato eletto capoclasse significa che adesso è capoclasse. Le parafrasi dei predicativi permettono di verificare che è così, cioè io non ho inventato niente ma mi sono limitata a osservare che cosa succede in pratica.